UNA GRANDE OCCASIONE

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Vivere in zona rossa non assomiglia lontanamente all’esperienza che spesso amiamo seguire nei nostri film preferiti. Dove un eroe riesce ad affrontare a viso aperto situazioni incredibili, paradossali e dallo scenario apocalittico. L’emergenza Coronavirus ha riportato non solo l’Italia ma ciascuno di noi dentro dinamiche dimenticate e momenti storici decisamente passati. Penso alle grandi guerre che separavano le famiglie, portavano lontano da casa i mariti, i padri, i figli e chiedevano alle società di riorganizzarsi e dare nuove forme di convivenza. Facendo eco di una normalità in contesti eccezionali e drammatici. La grossa differenza era che al tempo dei nostri nonni, il mondo era molto più ristretto e circoscritto della nostra epoca globalizzata e interconnessa. La visione del secolo scorso era data dal paese, dalla piazza, dai propri confini territoriali che garantivano sicurezza e stabilità. Oggi la situazione straordinaria di una quarantena ad ampio raggio è documentata, filmata e descritta con particolari che entrano nel nostro immaginario e arrivano su tutti i mezzi tecnologici di cui disponiamo. Un vantaggio o una fonte di preoccupazione maggiore? Sta di fatto che questo è il tempo con cui ci dobbiamo confrontare e il momento storico-politico con cui dobbiamo fare i conti.

Pensando alla politica, trovo certamente comprensibili le misure di contenimento adottate per ridimensionare un nemico invisibile che accelera le sue mosse controllabili solo dalla nostra pseudo divinità della scienza medica. Quest’ultima ha saputo tuttavia mostrare, in questa circostanza, il suo lato più umano e virtuoso. Il medico, l’infermiere, la dottoressa, persino lo specializzando fresco di studi hanno portato le loro competenze, il loro tempo e le loro energie lì dove c’era un volto sofferente e un corpo da curare. Potrebbe essere questo il vero riscatto o semplicemente il ricordare che scienza non è “laboratorio asettico” ma servizio e assistenza al malato e all’indifeso. La più grande lezione, a mio avviso, di questo contesto debilitato che identifica la vera peculiarità del genere umano: non si abbandona chi rimane indietro.

Tuttavia alcune configurazioni politiche o di risoluzione del caso sembrano continuare a persistere in una rappresentazione che è la forza a garantirci un’evoluzione positiva di questa tragedia. Ma la mascherina non è una spada e le protezioni anticontagio non sono un’armatura. Forse è tempo, perché la realtà stessa ce lo pone di fronte, che vengano ripensati i nostri parametri di umanità. Di uomo e di donna del nostro mondo, specialmente quello occidentale così debole e immaturo. Il Coronavirus, questo evento extra-ordinario, se da una parte esige controllo, previsione e metodo, dall’altra sta lavorando su fronti in cui non siamo decisamente preparati. Perché la reclusione forzata, l’isolamento, la lontananza dal lavoro, la chiusura delle scuole, i nostri svaghi sospesi hanno interrotto tutto ciò che faceva di noi occidentali delle persone riconoscibili e performanti. Il successo, il grande movimento dei capitali, il fluire del mercato, la formazione scolastica e universitaria, il divertimento delle città urbane con feste e aperitivi.

E’ triste ma è questo che tratteniamo più di ogni altra cosa nel repertorio di individui sviluppati. Non si tratta di una critica alle nostre mode ma di una lettura che non vuole trovare soluzioni alternative. Il rischio maggiore è semplicemente quello di buttarsi su altri fronti data la situazione obbligante. Il che si traduce in ritorniamo a forme di vita naturali con un elogio, se pur giusto, della natura e dell’ecologia in primis. Oppure, ricordiamoci della nostra spiritualità e della nostra vita interiore, giocando a richiamare persino Dio dentro la quotidianità, ma come ha riportato la cronaca, si è presentato come figura castigatrice e vendicativa per tutto il male compiuto. L’immaturità appunto e l’infantilismo del mondo occidentale a cui si faceva riferimento.

Quest’analisi dice in sintesi che non si possono usare filosofie passate sulla vita nuova che chiede sempre il coraggio di nascere ancora a se stessi e insieme all’altro. Abbiamo davvero come unica opzione una politica e un’economia che sono di contrasto tra un vincitore e un vinto? Tra chi è con noi, pensando a tutte le conflittualità dell’Europa, e chi sembra invece ci sta solo rincorrendo? E’ l’inganno più insidioso della nostra cultura androcentrica, vi sono soggetti e poi innumerevoli oggetti di cui disponiamo senza rendere conto a nessuno. Un virus ha sentenziato che non è così, che toglierci il respiro è facile, che stroncare vite (giovani o meno) è cosa “da poco”, che le risposte non servono a molto. Mentre gli esperti di oggi ci consegnano dati, numeri e decreti, la vita ci sta rimandando ancora una volta a scuola.

Basterebbe entrare nelle case dove la vicinanza amplifica le ferite quotidiane delle relazioni, degli amori malati, dei bambini impauriti e dei figli lontani che vivono soli. Soprattutto dei nostri nonni fragili e custodi della memoria passata. Qui si stanno giocando incontri e scontri essenziali perché la mente non è abituata a stare senza vie di fuga, diversivi dai propri pensieri e contatto continuo con il silenzio. Siamo una porzione di mondo che ha scelto l’estroversione come tratto dominante, la massificazione, la pluralità di stimoli per restare in piedi. Oggi, questa preziosa e dolorosa occasione, ci chiede di guardare con prospettiva a maggiori cosmo-visioni per prendere posto con più rispetto nel pianeta imparando da chi di evoluzione (quella vera) ne conosce qualcosa. E’ marzo e la primavera è stata puntuale, i ritmi di ciò che è invisibile ora torniamo a sentirli. Desideriamo un libro come non mai, vogliamo che i poeti facciano il loro lavoro e sì – davvero – che tutto andrà bene. Ma non si tratta solo dei nostri affari è la possibilità di essere noi stessi in una casa che ci ha accolto come ospiti, dove siamo entrati nudi e nudi ne usciremo. In cui la circolarità è l’unico spirito che potrà dire ancora qualcosa per svegliarci e diventare adulti. Pienamente umani.

Federica

#lentamenteaudaci

Pazienza o – del ricevere impressioni –

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Viene spontaneo spostare l’attenzione in questi giorni altrove. Lontano poi un po’ più vicino, cercando di portare ordine e abitudine. Cioè tentiamo di vestire un abito per stare più comodi anche nell’emergenza. Quest’ultima: quanto grande, quanto profonda, quanto estesa? Ci serve un dato e che sia chiaro e circoscritto.

Un virus, il sistema estraneo al sistema per eccellenza, va giustamente limitato. Nel mondo virtuale ciò che diventa virale abbiamo capito che significa è degno di nota, è alla moda, è nuovo. La realtà ci ha ricordato che prima di tutto virale è senza regole e conoscenza previa. Non è codificabile sempre un virus.

Ora questo è un tempo sicuramente assurdo, pressante e quasi ipnotico. Dove porti i tuoi pensieri se non sempre imbrigliati in un gioco di specchi confusi? È certamente anche un momento per vedere dimensioni estranee al presente. Lo spazio chiuso, il silenzio, il vuoto, l’assenza, la lentezza. Voci che solitamente sono in chiave remota o coperte dalla corsa e dalla fuga del sentire che, sì, siamo vivi.

Sentirle oggi così prepotenti ci porta a dire che qualcuno ci faccia correre ancora. Lo imputiamo all’economia, alla politica del Paese, a ciò che si perde. Evitiamo però accuratamente ciò che abbiamo scelto, voluto e imparato a dimenticare. L’imperativo di sempre: ignora l’altro, ignora te stesso e corri. Chi si ferma è perduto diciamo infatti.

Sì abbiamo perduto molto e molti. Moltissimi, troppi. Ovunque non solo in questa terra meravigliosa e generosa. Ma abbiamo visto anche tanti volti, tanti piccoli pezzi di messaggi e racconti di chi sta. Chi c’è in prima, seconda o terza fila a tenere viva questa grande famiglia.

Per usare un’immagine, è come soffiare sulle braci per alimentare una piccola fiamma, lo stiamo facendo a braccia, a mano, a voce, scrivendo, chiamando, chiudendo, piangendo. Il soffio è molto acuto e sottile, dove ogni forza sembra contraria e gli spifferi continui. E se il fuoco si spegne? Capita. Può accadere. Forse è già accaduto e succederà in altre circostanze.

Non vogliamo che ci sia un buio opprimente o un’oscurità densa, tuttavia è bene fare memoria – imparare la lezione – che le luci artificiali hanno questa doppia faccia. Si spengono, si scaricano e si rompono. Se nella notte un tempo seguivamo le stelle era certamente un metodo con una sua logica. Era un’altra epoca, certo, ma il tempo di vivere è questo: dove impari a ripartire, a capire, a trovare la strada usando anche ciò che non sembrava utile.

L’emergenza è sempre un emergere di estraneità, di non previsto, di non voluto e anche di male. MA E’. Pertanto vale davvero la pena stare con ciò che abbiamo pensato poteva essere dimenticato. Non si tratta di vincitori e vinti, una questione a cui siamo legati e che rappresenta l’immaturità del nostro mondo occidentale, ma quanto vogliamo credere di poter richiamare ancora a far parte della nostra storia.

Federica

#lentamenteaudaci

 

 

Per non continuare a correre sul posto

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Pare sempre più evidente la nostra impostazione, tutta occidentale, alla mentalizzazione dell’esperienza. Ad aver sganciato completamente i saperi, ad aver reso le scienze umane come residui di una qualche blanda sensazione e percezione balbettata a stento.

Qui da noi – ovunque – stare è molto difficile. Puoi fare, pensare, muoverti, correre, viaggiare. Devi essere produttivo, rapido, tangibile e riferito ad un precostituito.

Credo al contrario, ci siano dimensioni molto più longeve, mature e sagge delle nostre visioni tipicamente gerarchiche e di potere. Sono quelle zone di confine, bandite spesso nell’assurda esperienza di un esilio concettuale. E’ il campo dell’invisibile, del silenzio dato dal non conoscere (e anche tanto), dalla paura di sentirsi un allievo molto immaturo.

Quest’ultimo a volte è anche capace di slanci di matura sapienza, intesa come il gusto di sentire ciò che stupisce. Un territorio dunque prettamente “infantile” perchè non consunto e, oserei dire, femmineo perchè alternativo. Ci puoi prendere casa, abitarci o sentirti ospite.

Questa è la peculiarità di camminare senza capire, letteralmente: prendere per afferrare e trattenere. Nulla di ciò che ci circonda dura e vive senza fluire infatti o cambiando in profondità. Il tempo per poter creare qualcos’altro è lento e infruttuoso. Un tempo da mendicanti, senza caso, fedeli tuttavia all’essere adulti.

Non è cosa da signori, non è mai stata impresa da padroni e maniere da potenti. E’ una narrazione, la grandezza, che parla al contrario. Anticipa ciò che cogliamo perchè custodita dalla terra stessa e da altre forme più naturali. Dal cosmo che rinchiudiamo dentro un’ecologia ancora troppo umana. Da patriarchi decisamente capi e non uomini.

Come stiamo dunque in questo giardino? Cosa lasciamo osservare alle mani dei più piccoli, infinitamente vere e sincere? Cosa cerchiamo lontani dalla nostra origine che era luce, che era poesia, era soffio? Era tutta la mistica di potersi dire con gli stessi sentimenti l’uno per l’altro

Federica

#lentamenteaudaci

Si sta – a testa alta – per un piccolo

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Non c’è impronta che non lasci i suoi segni e diventi una parte, a volte, totalmente inesprimibile.

Sono ma rifiuto assolutamente che sia così. Che questo è stato e che io provengo da questa ombra.

Storie di prassi quotidiana, spesso, nella più grande inconsapevolezza.

Ho fatto il mio castello e proseguo dove nessuno, più, potrà toccarmi. Dove sarò difeso anche da me stesso.

BUIO

Ma se questa casa diventa stabile e sempre più profonda, sicura, si dilata.

Fa spazio e lascia che l’altro sia – nel suo.

Nonostante le voragini cieche, dove tutto è peso. Con i silenzi e gli occhi. Attenzione a quelli vivi.

Perchè nessuno è stato con me? Perchè c’è dell’accaduto che poi è stato pietra d’inciampo e pietra angolare.

Solo nel tempo ha avuto una precisione unica. La differenza è stata la scelta di utilizzo. Di stare – disperati – stando nel non senso.

Ho potuto quel che ho saputo, ho fatto quel che ho voluto. Mi sono tenuto la pelle stretta come da bambino pur avendone un altro tra le braccia.

E ora uomo – oggi io donna – guardo e vedo quale grande carezza ci vorrebbe.

Perchè non si sente per non patire e non si ricorda perchè si teme di morire

con il rischio di esserlo già per davvero…

Federica

#lentamenteaudaci

 

 

PTSD dalla guerra alle guerre – dentro il trauma

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E’ stato con la guerra che abbiamo avuto sotto agli occhi gli effetti del trauma e dei disturbi connessi sulla mente e sul corpo. In particolare dalla guerra del Vietnam, si sono potuti strutturare gli effetti persistenti di eventi soverchianti o di “troppo in troppo poco tempo”.

I reduci raccontavano, con diverse modalità, la serie di sintomi che accompagna il disturbo da stress post traumatico (PTSD). Episodi intrusivi, flashback, alto tasso di attivazione fisiologica, sistema d’allerta disregolato, assenza di coerenza interna o della metafora del “luogo sicuro”.

Dagli studi iniziali siamo arrivati ad oggi in cui un PTSD è purtroppo esperienza di guerre molto più quotidiane e invisibili. In primo luogo per i bambini, dove il trauma può assumere strade per un quadro di PTSD molto complesso, sebbene con derive creative per sopravvivere. Tradotto significa: “Faccio di tutto pur di rimanere vivo”, persino essere cattivo (captivus vuol dire prigioniero) e fingermi morto (esperienza di freezing/congelamento).

Come pedagogista, osservare e notare quadri di questo tipo è qualcosa che ingloba tutto  di noi stessi. Non lo si nota solo nei bambini ma soprattutto nella drammaticità del contesto degli adulti circostante. Certamente è bene suddividere la tipologia di intervento che richiede un bambino rispetto ad un adulto.

Nel bambino l’esperienza post trauma non è totalmente cristallizzata. Certamente il trauma è ancora in azione come non fosse stato digerito. Per l’adulto, la struttura di resistenza costruita intorno al proprio cancro interno – questi buchi che ridisegnano l’impalcatura centrale – è più resistente e fitta. Sono maglie corazzate nella stessa misura in cui sono infantili o appunto “bloccate nel passato”.

Una persona con PTSD spesso ha due macrolivelli che sono di evidente incoerenza. Quello legato alla consapevolezza e quello comunicativo. Nel primo, la consapevolezza è solo apparente per se stessi e scarsa, se non nulla, per il vissuto e il mondo dell’altro. Come dire: “ho sentito troppo, adesso non sento più nulla”. Su base neurofisiologica ciò implica un sistema nervoso autonomo completamente autonomo e incapace di regolazione a causa delle tracce mnestiche traumatiche non metabolizzate nella memoria.

Per quanto riguarda la comunicazione, notiamo spesso un linguaggio incongruente, opaco e di livello inferiore all’età del soggetto non per contenuto ma per repertorio strategico di competenze sociali, inclusive e inerenti alla prossemica.

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Nel lavoro educativo, vediamo e sentiamo il passato mai concluso. Dove la pelle scottata e lesa, se non trattata, rimane tale ed è veicolo (spesso drammatico) di ciò che in una forma del genere può dare. Qual è dunque la comprensione della relazione con questi presupposti? Come si sta di fronte ai feriti?

La sequenza – leggi, traduci, detendi e lascia – può essere una modalità efficace sia per chi ne è coinvolto sia per chi assiste. Per chiarire potremmo dire: leggi (osserva), traduci (entra dentro), detendi (non reagire), lascia (molla la presa) e così ripetere …

Queste linee di fragilità umana – emotiva, fisica, generazionale – non si potranno mai interrompere evitando il trauma. Spesso causato violentemente, altre volte inconsapevolmente, altre ancora per cause di forza maggiore. Occorre invece avere la capacità di stare.

Il cambiamento in ogni caso avviene sempre dall’interno e le strade sono nuove per tutti, se non abbozzate per il giusto necessario.

Per noi, per tutti coloro che incontrano o vivono queste esperienze, così diffuse e pregne ugualmente di occasioni, si può dare una risposta Altra. Si può scegliere altro, inserendo, costruendo e generando il Proprio. Ciò che nessuno aveva mai detto.

“Semplicemente” imparare a nascere, di nuovo.

 

Federica

#lentamenteaudaci

Oltre il giudizio – l’adulto…

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E’ sempre più difficile, crescendo le nostre conoscenze in ambito educativo e neurocognitivo, rimanere indifferenti alla portata così estesa del dolore e delle nostre fatiche. Che, naturalmente, si conoscevano anche prima dell’avvento di tante tecniche e strumenti di comprensione, analisi e interpretazione clinica.

La letteratura, la scrittura, la poesia, la musica, l’arte hanno avuto da sempre la grande responsabilità di raccontare per curare. Oggi, in più, noi vediamo e registriamo traumi, danni e ferite interne. Nero su bianco. Pur rimanendo grande il margine di incomprensione, errore e inesauribile incompletezza del nostro sapere.

Sappiamo ma non sappiamo e ciò che deve continuare ad essere succede, ciò che non doveva verificarsi si ripropone dentro catene generazionali resistenti.

Non è necessario o doveroso imparare a conoscere le proprie storie. Nessuno può costringerci a farlo o spingere perchè il cambiamento accada. Il tempo è sempre quello opportuno.

Tuttavia c’è un tempo in cui, al contrario, vengono imposte “leggi non scritte” dentro la carne altrui. Non avrebbe senso però limitarsi a descrivere qui la portata di cosa significhi danneggiare l’infanzia, segnando indelebilmente una mente ed un corpo in divenire.

Quello di cui c’è bisogno oggi è di collegare e dare forme perchè gli adulti leggano – se lo vogliono – quello che sono diventati alla luce di ciò che sono stati. Non è casualità, non è solo carattere.

Quanto incidenti sono infatti le ricadute tra il proprio sè, irrisolto e bloccato, e l’incontro con l’altro, specialmente nell’essere genitore verso i propri figli. Premesso che “un sè – una vita” non potranno mai dirsi risolti ma soltanto in cammino, occorre imparare a guardarsi un passo indietro. Come se fossimo spettatori di quanto facciamo, diciamo, sentiamo e ripetiamo.

Ciò che non è conosciuto – non ha nome, si ripete e spesso si trasforma anche in qualcosa di grottesco o con tendenze vendicative.

Dovremmo sempre ricordarci che il corpo, prima di noi, accusa il colpo e sa quando ci sentiamo sotto attacco, svergognati, umiliati, abbandonati e derisi. Come da piccoli, senza crisi guaritrice, lo sarà anche da grandi.

Riflettiamo sugli uomini incapaci di reggersi in piedi guardando e ammettendo i loro dolori. Senza sapere come oltrepassarli restando comunque portatori di uno sguardo più elevato. Pensiamo alle donne che hanno dimenticato come essere “tenda e tana”, in una parola – accoglienti. Sostanzialmente perchè hanno smesso di credere che sono costantemente sedotte dalla vita stessa e temute, proprio per questo, più di ogni altra creatura da tutto ciò che è mortifero o contro l’uomo.

E’ dunque possibile ancora evitare di mostrare il collegamento, sensato e plausibile, tra infanzia, adultità e genitorialità? Un genitore non adulto e un bambino già adulto sono entrambe espressioni di grave incoerenza. L’adulto è l’unico vero anello di congiunzione e stabilità.

Pertanto abbiamo bisogno di ricordare che, portare al presente compassionevolmente, libera il futuro o semplicemente il respiro. Non c’è persona che guardata negli occhi non nasconda un bimbo impaurito che vuole, giustamente, per sè soltanto amore.

Poi, a volte, ci sono adulti che guardati negli occhi mostrano che bambini e bambine del passato sono ancora lì. Ma che se erano nel pianto ora si sentono a casa. Amati. Grazie a loro, impercettibilmente, cambia tutto.

 

Federica

#lentamenteaudaci